Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza: un’opportunità per le PMI

di Sabina Ceola, Partner Consultant Fabbrica del Valore

Con la pubblicazione del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Dlgs 12 gennaio 2019, n. 14), destinato a produrre i suoi effetti a partire dal prossimo anno, il tessuto imprenditoriale italiano si trova di fronte ad un vero e proprio cambiamento culturale.

Solo chi saprà guardare alle modifiche in atto come un’opportunità, e non come una minaccia, sarà in grado di cogliere a pieno la portata innovativa della riforma.

Negli ultimi quindici anni la dirompente crisi economica che ha afflitto i mercati globali, ha imposto al Legislatore italiano una serie di interventi volti a sostenere i tentativi delle aziende in difficoltà di rimanere operative sul mercato, evitando il fallimento.

Prima delle riforme degli anni 2005 e seguenti, il diritto concorsuale si caratterizzava per una serie di istituti giuridici che intervenivano solo quando l’impresa era già in “fin di vita” ed erano volti, sostanzialmente, a salvaguardare gli interessi dei creditori sociali ed accompagnare nel modo più indolore possibile l’impresa verso la cessazione della sua attività.  Questi istituti giuridici, intesi come l’insieme delle norme che regolavano il diritto fallimentare, intervenivano spesso in una fase tardiva della crisi, quando ormai era pressoché impossibile per l’impresa riemergere dalla situazione di dissesto, e solo in alcune limitate fattispecie consentivano la continuità aziendale.

A partire dal 2005 si sono susseguiti una serie di interventi legislativi che hanno radicalmente cambiato il diritto concorsuale, dotando le imprese di strumenti volti alla conservazione dei mezzi organizzativi, assicurandone la sopravvivenza, ove possibile.

In tal senso, I’ emanazione del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza rappresenta l’ultimo tassello di questo nuovo quadro normativo e segna un passo importantissimo in termini di “prevenzione della crisi”.

In breve, le principali novità introdotte sono:
– l’istituto dell’allerta, che include le nuove disposizione atte a far emergere il più anticipatamente possibile le situazioni di crisi aziendali rispetto al loro irreversibile conclamarsi;
– l’obbligo per l’imprenditore di dotarsi di “un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale” (nuova formulazione dell’art. 2086 così sostituita dall’art. 375, co. 1, D.Lgs. 12.01.2019, n. 14, G.U. n. 38 del 14.02.2019 con decorrenza dal 16.03.2019).
Per quanto riguarda il primo punto, il Legislatore ha introdotto l’obbligo di segnalazione, sia in capo agli organi di controllo interno (revisore o collegio sindacale), sia in capo ai creditori pubblici (inps, agenzia delle entrate, etc), qualora, durante l’assolvimento dei propri compiti, vengano a conoscenza di indizi circa lo stato di crisi dell’impresa. I revisori o il collegio sindacale dovranno dotarsi di strumenti di “forward looking”, cioè strumenti che possano individuare in anticipo eventuali squilibri insiti nell’azienda.

Ma è con la modifica dell’art. 2086 del c.c., che titola proprio la “gestione d’impresa”, che si percepisce la portata innovativa della riforma: diventa non solo necessario, ma altresì obbligatorio, organizzare l’impresa in modo da controllare in modo tempestivo l’andamento delle proprie performance. È questo, un vero e proprio cambiamento culturale: obbligando l’impresa a dotarsi di strumenti di pianificazione e monitoraggio delle performance, viene meno l’ “autoreferenzialità” dell’imprenditore, tipica della piccola e media impresa, per lasciare spazio all’utilizzo di informazioni strutturate.

Se per le grandi imprese, gli strumenti di performance management sono una realtà oramai consolidata, per la maggior parte delle piccole e medie imprese questo rappresenta uno scenario del tutto nuovo: abituate a ragionare su dati perlopiù a consuntivo (spesso solo in sede di redazione del bilancio annuale) e ad affidarsi al buon senso dell’imprenditore, le PMI devono attuare un cambio di mentalità innanzitutto interno.

Chi scrive è consapevole delle difficoltà e degli oneri in cui incorrono le PMI quando si trovano ad implementare strumenti di controllo di gestione. Quello che mi preme sottolineare è, tuttavia, l’opportunità insita nel nuovo quadro normativo, e cioè la possibilità per l’impresa di aumentare la propria competitività aziendale.

Le disposizioni contenute nella riforma non devono essere interpretate come l’ennesimo onere in capo alle aziende, ma come la possibilità di sviluppare nuove competenze che consentiranno all’imprenditore e ai suoi delegati di presidiare in modo più efficace ed efficiente la gestione aziendale, migliorando i flussi di informazioni presso fornitori, istituti di credito e amministrazioni finanziarie.

Il legislatore ha demandato al Consiglio Nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec) l’emanazione di indicatori economici, finanziari e patrimoniali atti a misurare lo “stato di salute” dell’impresa.

Fermo restando il ruolo primario svolto dal Cndcec, se si vuole che l’impresa assuma piena consapevolezza degli strumenti di monitoraggio delle performance, e quindi, di emersione anticipata delle crisi, è fondamentale, altresì, dotarsi di strumenti “tagliati su misura”. In altre parole, oltre agli indici standard emanati dal Cndcec è bene che l’impresa sviluppi internamente degli indicatori personalizzati, non solo contabili, e che questi siano accompagnati dallo sviluppo di competenze interne atte a guidarli proattivamente.

Non si tratta di un sistema di misure che colgono solamente i risultati conseguiti, quindi secondo una prospettiva di analisi statica, ma che è anche in grado di evidenziare la capacità dell’impresa di adattarsi alle mutazioni dell’ambiente esterno, secondo una prospettiva di analisi dinamica.

Le performance non possono essere osservate solo da un punto di vista economico-finanziario. Infatti, alcuni aspetti strategici importanti come la qualità del prodotto, del servizio, la rapidità della consegna, il time to market, la customer satisfaction, non hanno impatto immediato sulle rilevazioni contabili.

In sintesi, non si tratta solo di misurare e interpretare i dati, ma anche chiedersi per l’imprenditore quali siano le azioni da mettere in campo per correggere la rotta, in caso di squilibri, e in ogni caso, per garantire in futuro la redditività aziendale.

I professionisti che assistono l’impresa avranno l’arduo compito di traghettare l’impresa verso questo cambiamento focale, perché, come ricordato da autorevoli manager, bisogna cambiare prima di essere costretti a farlo.

 

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